Riflessioni sparse sull’arte contemporanea in Italia In Italia non esiste ad oggi una politica verso l’arte contemporanea che la avvicini al grande pubblico. E’ importante che il dibattito relativo alla cultura contemporanea si concentri anche su una riflessione relativa ai meccanismi di comunicazione che ne stimolino l’ampliamento. In mancanza di una precisa strategia di educazione all’arte – e qui mi riferisco soprattutto ad una mancanza nelle scuole, in quanto i dipartimenti educativi sono la nuova e unica spinta propulsiva per la comunicazione dell’arte – un Paese non sarà mai in grado di beneficiare di quei meccanismi positivi che l’arte e la cultura sono in grado di produrre. Dobbiamo pensare che l’arte più si consuma, più aumenta il desiderio a consumarne. Questo è ancora più cruciale se si considera che l’arte e la cultura favoriscono l’apertura mentale, la coesione sociale e l’innovazione. Sappiamo, o dovremo sapere, che la forza creativa delle espressioni artistiche è motore di elaborazione di pensiero, di nutrimento per l’anima e allo stesso tempo un impulso cruciale per la competizione culturale e sociale. L’arte e la cultura generano creatività e apertura mentale ma anche ricchezza: i Paesi che investono maggiormente in arte contemporanea, sono anche Paesi economicamente più forti perché favoriscono la predisposizione al cambiamento, e quindi all’innovazione. Si ha la sensazione che l’Italia sieda ancora sugli allori del passato, e che non voglia proiettare lo sguardo verso il contemporaneo e il futuro, perché è comodo contare sulle risorse già disponibili, ma che purtroppo, come è accaduto negli ultimi tempi, non vengono sempre rispettate e valorizzate. Mi piace dire che per avere la qualità, in tutti i campi della nostra vita, ci vuole equilibrio, e quindi anche in questo caso, se da un lato promuove e valorizzare le straordinarie risorse storico-artistiche dei nostri territori è uno dei punti più importanti, dall’altro dobbiamo anche sviluppare logiche innovative, con l’utilizzo di competenze contemporanee. Si lamenta questa mancanza di spinta verso l’innovazione da parte del contemporaneo di molte istituzioni, ma non dobbiamo dimenticare del problema dell’educazione all’arte in Italia che è centrale. Prendendo come esempio i programmi ministeriali di scuole medie e superiori si notano le carenze del sistema scolastico nel formare adeguatamente alla storia e alla tecnica delle arti. Ci si chiede come, senza un’adeguata preparazione, sia da un punto di vista storico – artistico, che da un punto di vista di esperienza estetica, bambini e giovani potranno essere sensibili al proprio patrimonio artistico per proteggerlo, custodirlo e valorizzarlo, se non sono stati dotati di adeguate chiavi di lettura e comprensione. Questa mancanza avrà conseguenze su i nostri beni culturali italiani che in questo modo andranno verso il degrado se non si sarà in grado di riconoscerne il valore. L’educazione all’arte è di primissima importanza e va fatta con la consapevolezza dei propri mezzi nel nome di un’arte che non va solo spiegata – come troppo spesso si usa fare nelle scuole – ma che va affrontata attraverso il dialogo e il confronto. Uno dei poteri dell’arte, e adoro sottolinearlo, è quello di sviluppare un personale senso critico verso noi stessi e verso il mondo, oltre che sviluppare creatività e immaginazione. L’arte ti insegna a vedere il mondo e a capirlo, ti insegna a fare il mondo, senza pregiudizi di sorta, perché l’arte rende liberi. L’insegnamento della storia dell’arte è infatti sempre più sacrificato, a tutti i livelli scolastici, come si vede da una semplice lettura dei programmi ministeriali, dove addirittura si nota che in certi istituti come ad esempio quelli tecnici, la storia dell’arte non è presente. In questo desolante panorama i musei e le istituzioni culturali rivestono un ruolo importante: pur senza sostituirsi all’istituzione scolastica, hanno l’opportunità di porsi come interlocutori privilegiati tra le persone e l’opera, per colmare - almeno in parte - le lacune che la scuola inevitabilmente lascia. Ecco perché i servizi educativi e la didattica di un museo sono così importanti; come ha affermato Pierre Bourdieu, «un adulto non entrerà mai in un museo se non lo ha fatto almeno una volta da bambino». Date queste premesse, la principale preoccupazione delle istituzioni museali dovrebbe essere quella di stimolare il bisogno di cultura attraverso la trasmissione, la relazione con il pubblico e in particolare con i bambini. Un museo va inteso non solo come luogo di conservazione e mostra delle opere, ma come luogo di scambio, spazio di conoscenza per l’intera comunità dove l’opera d’arte, in questo contesto educativo, si configura come uno strumento di apprendimento. Educare all’arte significa offrire la possibilità di sviluppare la propria sensibilità per leggere e giudicare il mondo circostante. Significa prendere con sé quello che l’arte ha da offrire per sviluppar mondi e trasportare quel vissuto estetico nella propria vita. Mi rimane solo da sottolineare la grande difficoltà in cui mi trovo vivendo in una civiltà dove si vive senza interruzioni e dove prolifica la moltiplicazione inarrestabile degli oggetti, delle informazioni, delle sollecitazioni sensoriali, riempiendo ogni angolo e ogni momento della mia vita. Non si riesce più ad osservare quello che sta intorno a tutti noi, che poi si trasferisce anche nell’esperienza dell’opera d’arte: troppo spesso, anche qui, abbiamo uno sguardo disattento. Non so se c’è una soluzione, ma sicuramente dobbiamo rallentare i nostri ritmi, ritrovare il nostro tempo perduto, per riaffermare la nostra individualità, per apprezzare al meglio la bellezza del mondo e dell’arte. Oggi è di vitale importanza incentivare la produzione artistica e il dibattito contemporaneo, ma anche la riflessione culturale contemporanea, costruendo un’identità nuova e solida sul presente. La chiave per la produzione di creatività è rappresentata dall’investimento nell’ambito culturale in cui si sviluppa il processo creativo: in mancanza di un ambiente culturale libero e stimolante, l’Italia non sarà più in grado di sostenere la produzione di creatività e la Libertà.

Riflessioni sparse sull’arte contemporanea in Italia

In Italia non esiste ad oggi una politica verso l’arte contemporanea che la avvicini al grande pubblico.
E’ importante che il dibattito relativo alla cultura contemporanea si concentri
anche su una riflessione relativa ai meccanismi di comunicazione che ne
stimolino l’ampliamento.
In mancanza di una precisa strategia di educazione all’arte – e qui mi
riferisco soprattutto ad una mancanza nelle scuole, in quanto i dipartimenti educativi sono la nuova e unica spinta propulsiva per la comunicazione dell’arte – un Paese non sarà mai in grado di beneficiare di quei meccanismi positivi che l’arte e la cultura sono in grado di produrre.
Dobbiamo pensare che l’arte più si consuma, più aumenta il desiderio a
consumarne.
Questo è ancora più cruciale se si considera che l’arte e la cultura favoriscono l’apertura mentale, la coesione sociale e l’innovazione.
Sappiamo, o dovremo sapere, che la forza creativa delle espressioni artistiche è motore di elaborazione di pensiero, di nutrimento per l’anima e allo stesso tempo un impulso cruciale per la competizione culturale e sociale.

L’arte e la cultura generano creatività e apertura mentale ma anche
ricchezza: i Paesi che investono maggiormente in arte contemporanea, sono
anche Paesi economicamente più forti perché favoriscono la predisposizione
al cambiamento, e quindi all’innovazione.
Si ha la sensazione che l’Italia sieda ancora sugli allori del passato, e che non voglia proiettare lo sguardo verso il contemporaneo e il futuro, perché è comodo contare sulle risorse già disponibili, ma che purtroppo, come è accaduto negli ultimi tempi, non vengono sempre rispettate e valorizzate.
Mi piace dire che per avere la qualità, in tutti i campi della nostra vita, ci
vuole equilibrio, e quindi anche in questo caso, se da un lato promuove e
valorizzare le straordinarie risorse storico-artistiche dei nostri territori è uno dei
punti più importanti, dall’altro dobbiamo anche sviluppare logiche innovative, con l’utilizzo di competenze contemporanee.

Si lamenta questa mancanza di spinta verso l’innovazione da parte del contemporaneo di molte istituzioni, ma non dobbiamo dimenticare del problema dell’educazione all’arte in Italia che è centrale. Prendendo come esempio i programmi ministeriali di scuole medie e superiori si notano le carenze del sistema scolastico nel formare adeguatamente alla storia e alla tecnica delle arti. Ci si chiede come, senza un’adeguata preparazione, sia da un punto di vista storico – artistico, che da un punto di vista di esperienza estetica, bambini e giovani potranno essere sensibili al proprio patrimonio artistico per proteggerlo, custodirlo e valorizzarlo, se non sono stati dotati di adeguate chiavi di lettura e comprensione.
Questa mancanza avrà conseguenze su i nostri beni culturali italiani che in questo modo andranno verso il degrado se non si sarà in grado di riconoscerne il valore. L’educazione all’arte è di primissima importanza e va fatta con la consapevolezza dei propri mezzi nel nome di un’arte che non va solo spiegata – come troppo spesso si usa fare nelle scuole – ma che va affrontata attraverso il dialogo e il confronto.

Uno dei poteri dell’arte, e adoro sottolinearlo, è quello di sviluppare un personale senso critico verso noi stessi e verso il mondo, oltre che sviluppare creatività e immaginazione. L’arte ti insegna a vedere il mondo e a capirlo, ti insegna a fare il mondo, senza pregiudizi di sorta, perché l’arte rende liberi.
L’insegnamento della storia dell’arte è infatti sempre più sacrificato, a tutti i livelli scolastici, come si vede da una semplice lettura dei programmi ministeriali, dove addirittura si nota che in certi istituti come ad esempio quelli tecnici, la storia dell’arte non è presente.
In questo desolante panorama i musei e le istituzioni culturali rivestono un ruolo importante: pur senza sostituirsi all’istituzione scolastica, hanno l’opportunità di porsi come interlocutori privilegiati tra le persone e l’opera, per colmare - almeno in parte - le lacune che la scuola inevitabilmente lascia.

Ecco perché i servizi educativi e la didattica di un museo sono così importanti; come ha affermato Pierre Bourdieu, «un adulto non entrerà mai in un museo se non lo ha fatto almeno una volta da bambino». Date queste premesse, la principale preoccupazione delle istituzioni museali dovrebbe essere quella di stimolare il bisogno di cultura attraverso la trasmissione, la relazione con il pubblico e in particolare con i bambini. Un museo va inteso non solo come luogo di conservazione e mostra delle opere, ma come luogo di scambio, spazio di conoscenza per l’intera comunità dove l’opera d’arte, in questo contesto educativo, si configura come uno strumento di apprendimento.

Educare all’arte significa offrire la possibilità di sviluppare la propria sensibilità per leggere e giudicare il mondo circostante. Significa prendere con sé quello che l’arte ha da offrire per sviluppar mondi e trasportare quel vissuto estetico nella propria vita.

Mi rimane solo da sottolineare la grande difficoltà in cui mi trovo vivendo in una civiltà dove si vive senza interruzioni e dove prolifica la moltiplicazione inarrestabile degli oggetti, delle informazioni, delle sollecitazioni sensoriali, riempiendo ogni angolo e ogni momento della mia vita.
Non si riesce più ad osservare quello che sta intorno a tutti noi, che poi si trasferisce anche nell’esperienza dell’opera d’arte: troppo spesso, anche qui, abbiamo uno sguardo disattento. Non so se c’è una soluzione, ma sicuramente dobbiamo rallentare i nostri ritmi, ritrovare il nostro tempo perduto, per riaffermare la nostra individualità, per apprezzare al meglio la bellezza del mondo e dell’arte.

Oggi è di vitale importanza incentivare la produzione artistica e il dibattito contemporaneo, ma anche la riflessione culturale contemporanea, costruendo un’identità nuova e solida sul presente.
La chiave per la produzione di creatività è rappresentata dall’investimento
nell’ambito culturale in cui si sviluppa il processo creativo: in mancanza di un
ambiente culturale libero e stimolante, l’Italia non sarà più in grado di sostenere la produzione di creatività e la Libertà.

Pieni e Vuoti: un mondo fatto di immagini ininterrotte Osservando il pubblico dell’arte ci si accorge che una buona parte ha uno sguardo disattento di fronte alle opere; molti danno un’occhiata veloce, magari si soffermano sul titolo dell’opera, e passano all’opera successiva. L’importanza dell’osservare, rispetto al vedere, si perde, perché ormai abbiamo sviluppato uno sguardo disattento. Ma perché è successo? Viviamo, volenti o nolenti, in una civiltà dove non ci sono interruzioni e dove prolifica la moltiplicazione inarrestabile degli oggetti, delle informazioni, delle sollecitazioni sensoriali, riempiendo ogni angolo e ogni momento della nostra vita. Questa saturazione di segnali può danneggiare la comunicazione estetica, e quindi il nostro sguardo, rendendolo appunto, disattento. Il problema maggiore è che non si è consapevoli di subire questa vera e propria violenza perché siamo talmente abituati da non accorgercene, così nella vita di tutti i giorni come in campo artistico. Camminiamo per strada mentre passiamo decine e decine di cartelloni pubblicitari, di maxi schermi senza volume che proiettano immagini, ma non ci accorgiamo di quello che ci viene fatto vedere. Andiamo ai concerti ma non siamo più capaci di ascoltare, andiamo alle mostre e alle esposizioni ma non sappiamo guardare e non ci rendiamo conto di quel che vediamo. Il risultato finale purtroppo è la perdita di senso critico e quindi di scelta: diventiamo marionette e subiamo tutto quello che ci viene propriaropinato. La speranza è che l’uomo oggi possa affermare la propria autonoma individualità, ristabilendo quella pausa tra sé e il prossimo, tra la propria epoca e la successiva, tra le azioni quotidiane e le creazioni artistiche senza la quale si rischia di cadere in uno spazio saturo di tutto, non più dominabile, e di diventare schiavi dell’eccesso. L’uomo preistorico colmava ogni angolo della sua caverna con immagini autoprodotte, perché popolavano un mondo ancora vuoto di senso e di segni. I graffiti nelle caverne e sulle pareti rocciose avevano, a quanto pare, tra le altre, anche la funzione di vincere e sconfiggere l’horror vacui, ossia quel senso di sgomento che offriva l’assenza d’ogni segno e di ogni traccia umana, e quindi la necessità di riempire, lasciando traccia di se, lo spazio vuoto. In contrasto con l’antico horror vacui, troviamo l’horror pleni : siamo completamente saturi di segnali e di comunicazioni. La nostra facoltà di immaginazione è disturbata da pubblicità, propaganda politica, iperproduzione di letteratura, arte, moda, fino alla cronaca nera quotidiana servita a tutte le ore. Arranchiamo ogni giorno per riempire tutti i nostri spazi vuoti, personali o collettivi che siano, perché il vuoto ci fa paura, in quanto abbiamo disimparato a vederlo ma soprattutto a viverlo, e perché abbiamo sviluppato questa concezione, tutta occidentale, del vuoto come qualcosa di negativo. Se volgiamo invece lo sguardo a oriente vediamo come per il Taoismo il vuoto è costitutivo dell’universo quanto il pieno. È dal vuoto che si creano le infinite possibilità dell’uomo: non è semplice negazione del pieno, ma un’entità di per sé esistente. L’horror pleni è quella sensazione di fastidio e di nausea che assale l’uomo posto di fronte a un paesaggio «pieno» a dismisura. Badate bene, non tutti sono assaliti da questo fastidio, poiché come dicevo precedentemente, molti non si accorgono della saturazione che ci circonda e ne sono assuefatti. Parlando esclusivamente da un punto di vista estetico - artistico, tra le principali conseguenze negative di tale saturazione, due sembrano di particolare importanza. Da una parte, la voglia generalizzata di strafare e di stupire che ha contagiato gli artisti, inducendoli verso un’estremizzazione degli strumenti espressivi, e gli esempi nell’arte contemporanea fioccano. Quest’estremismo però, assicura al massimo un temporaneo consenso dettato dai ritmi della moda senza tuttavia riuscire a stupire davvero un pubblico ormai assuefatto e abituato a tutto. Dall’altra, e qui parliamo di una tendenza generale e non solo artistica, c’è la diffusa propensione a nuovi riti di massa, che trascinano quantità crescenti di individui verso discoteche, rave, assemblee giovanili, partite di calcio, concerti rock, dove la personalità del singolo viene spesso abolita e sostituita da una sorta di anima di gruppo o di inconscio collettivo, e dove il singolo perde la sua autonomia e diventa schiavo del rumore e dell’eccesso di pieno. L’unica speranza è quella di ritrovare il tempo perduto e recuperare la nozione e la concezione di intervallo presente nei ritmi della natura, nelle stagioni, nel ritmo del corpo umano e non nei ritmi artificiali che l’uomo si è creato. Di ritrovare, infine, sia nella vita di tutti i giorni, che nelle forme artistiche, spazi bianchi e pause, intervalli e momenti di riflessione.

Pieni e Vuoti: un mondo fatto di immagini ininterrotte

Osservando il pubblico dell’arte ci si accorge che una buona parte ha uno sguardo disattento di fronte alle opere; molti danno un’occhiata veloce, magari si soffermano sul titolo dell’opera, e passano all’opera successiva. L’importanza dell’osservare, rispetto al vedere, si perde, perché ormai abbiamo sviluppato uno sguardo disattento.
Ma perché è successo?

Viviamo, volenti o nolenti, in una civiltà dove non ci sono interruzioni e dove
prolifica la moltiplicazione inarrestabile degli oggetti, delle informazioni, delle
sollecitazioni sensoriali, riempiendo ogni angolo e ogni momento della nostra
vita. Questa saturazione di segnali può danneggiare la comunicazione
estetica, e quindi il nostro sguardo, rendendolo appunto, disattento.
Il problema maggiore è che non si è consapevoli di subire questa vera e
propria violenza perché siamo talmente abituati da non accorgercene, così
nella vita di tutti i giorni come in campo artistico.
Camminiamo per strada mentre passiamo decine e decine di cartelloni pubblicitari, di maxi schermi senza volume che proiettano immagini, ma non ci accorgiamo di quello che ci viene fatto vedere. Andiamo ai concerti ma non siamo più capaci di ascoltare, andiamo alle mostre e alle esposizioni ma non sappiamo guardare e non ci rendiamo conto di quel che vediamo.
Il risultato finale purtroppo è la perdita di senso critico e quindi di scelta: diventiamo marionette e subiamo tutto quello che ci viene propriaropinato.
La speranza è che l’uomo oggi possa affermare la propria autonoma individualità, ristabilendo quella pausa tra sé e il prossimo, tra la propria epoca e la successiva, tra le azioni quotidiane e le creazioni artistiche senza la quale si rischia di cadere in uno spazio saturo di tutto, non più dominabile, e di diventare schiavi dell’eccesso.

L’uomo preistorico colmava ogni angolo della sua caverna con immagini autoprodotte, perché popolavano un mondo ancora vuoto di senso e di segni. I graffiti nelle caverne e sulle pareti rocciose avevano, a quanto pare, tra le altre, anche la funzione di vincere e sconfiggere l’horror vacui, ossia quel senso di sgomento che offriva l’assenza d’ogni segno e di ogni traccia umana, e quindi la necessità di riempire, lasciando traccia di se, lo spazio vuoto. In contrasto con l’antico horror vacui, troviamo l’horror pleni : siamo completamente saturi di segnali e di comunicazioni. La nostra facoltà di immaginazione è disturbata da pubblicità, propaganda politica, iperproduzione di letteratura, arte, moda, fino alla cronaca nera quotidiana servita a tutte le ore.
Arranchiamo ogni giorno per riempire tutti i nostri spazi vuoti, personali o
collettivi che siano, perché il vuoto ci fa paura, in quanto abbiamo disimparato a vederlo ma soprattutto a viverlo, e perché abbiamo sviluppato questa concezione, tutta occidentale, del vuoto come qualcosa di negativo.
Se volgiamo invece lo sguardo a oriente vediamo come per il Taoismo il vuoto è costitutivo dell’universo quanto il pieno. È dal vuoto che si creano le infinite possibilità dell’uomo: non è semplice negazione del pieno, ma un’entità di per sé esistente.

L’horror pleni è quella sensazione di fastidio e di nausea che assale l’uomo posto di fronte a un paesaggio «pieno» a dismisura. Badate bene, non tutti sono assaliti da questo fastidio, poiché come dicevo precedentemente, molti non si accorgono della saturazione che ci circonda e ne sono assuefatti.
Parlando esclusivamente da un punto di vista estetico - artistico, tra le principali conseguenze negative di tale saturazione, due sembrano di particolare importanza. Da una parte, la voglia generalizzata di strafare e di stupire che ha contagiato gli artisti, inducendoli verso un’estremizzazione degli strumenti espressivi, e gli esempi nell’arte contemporanea fioccano.
Quest’estremismo però, assicura al massimo un temporaneo consenso dettato dai ritmi della moda senza tuttavia riuscire a stupire davvero un pubblico ormai assuefatto e abituato a tutto. Dall’altra, e qui parliamo di una tendenza generale e non solo artistica, c’è la diffusa propensione a nuovi riti di massa, che trascinano quantità crescenti di individui verso discoteche, rave, assemblee giovanili, partite di calcio, concerti rock, dove la personalità del singolo viene spesso abolita e sostituita da una sorta di anima di gruppo o di inconscio collettivo, e dove il singolo perde la sua autonomia e diventa schiavo del rumore e dell’eccesso di pieno.

L’unica speranza è quella di ritrovare il tempo perduto e recuperare la nozione e la concezione di intervallo presente nei ritmi della natura, nelle stagioni, nel ritmo del corpo umano e non nei ritmi artificiali che l’uomo si è creato. Di ritrovare, infine, sia nella vita di tutti i giorni, che nelle forme artistiche, spazi bianchi e pause, intervalli e momenti di riflessione.

XXI Rassegna Incontri d’Arte La Barbagianna: Una casa per l’arte contemporanea

XXI Rassegna Incontri d’Arte

losgabuzzo:

Come posto di lavoro poteva andarmi peggio.

My new workplace.

Yoko Ono visits the Guggenheim and our current exhibition Art of Another Kind. 
Photo courtesy of Yoko’s amazing Instagram feed: http://instagram.com/p/NgUzwZDzlA
paddle8:

David Nyzio, Untitled, 1999, morpho aega butterfly wings, steel, plexi, and wood, 88 x 64 x 18 inches, courtesy of Postmasters. 
art-documents: Doug Aitken @Art Basel 2012